I CHITARRISTI DEL G3

Steve Vai
Joe Satriani
Paul Gilbert

Vai fa cose che semplicemente non si possono fare. Tiene la chitarra in aria: la regge per la cinghia con la destra e cammina per il palco. Nel frattempo, la sinistra scandisce melodie perfette, intonatissime. Si agita impazzito, con la chitarra dietro la testa, strapazzandola e, anziché il caos, dall’amplificatore continua a uscire una sola, precisissima, nota. Come quando agita brutale la leva tirata dietro al ponte e nel marasma delle corde che sbattono, riesce a suonare con i glissati una melodia nitidissima. Tiene sofferenti e sospese, a un passo dal larsen, le testate imballate dei suoi amplificatori. E solo quando le valvole implorano pietà lui le fa esplodere in un feedback lancinante, innescato con un armonico preso e trascinato poi attraverso una corda con la lingua.

Quello che si apprezza in Satriani è il fatto di suonare d’istinto con un feeling unico, capace di contrapporre nello spazio di uno stesso brano, suoni caldi e pastosi accompagnati da ritmiche blueseggianti a fasi contorte ed ultratecniche irreplicabili per noi comuni mortali.Come si può capire, spesso, gli album di Joe, hanno anticipato i tempi, nel senso della tecnica sulla chitarra, e questo è un grande merito che gli si deve riconoscere, assieme al fatto che in fondo, questo artista è rimasto sempre se stesso, ma dimostrando comunque una freschezza di idee sconosciute ad altri chitarristi.Forse non sarà il massimo quando canta, ma almeno non stona, e in fondo, lo sappiamo tutti, e probabilmente lo sa anche lui, che nel suo caso vale una pubblicità di una nota marca di chitarre che si vede da qualche tempo sulle riviste del settore, ovvero: “Cantare, tempo sprecato tra gli assoli”?

Paul Gilbert spiega l’errore più comune di tanti chitarristi troppo concentrati sulla tecnica e il virtuosismo: scordarsi che quello che suonano dovrebbe funzionare applicato alla musica. Invece, praticano per ore solo fraseggi funambolici, senza preoccuparsi della loro musicalità o – peggio ancora – costruiscono canzoni come pretesto per sciorinare le loro acrobazie sulla sei corde. Peccati di gioventù che lo stesso Gilbert, oggi si rimprovera.
“Il problema dei tanti esercizi, di tanta tecnica chitarristica, dei lick shred che ho insegnato nei miei metodi è che molti musicisti li studiano e suonano fuori dalla musica. Suonano questi fraseggi, questi passaggi separatamente, quando invece sono stati scritti e composti per stare dentro la musica, come parte di una canzone, sia pure quella più funambolica, magari nel cuore di assolo.
Isolati dalla musica, decontestualizzati, questi lick sono suonati con l’unico obbiettivo di farli il più velocemente possibile. E invece l’obbiettivo dovrebbe essere un altro: riuscire a incastrare i lick nella musica, farli funzionare sul tempo.

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